Trenta ex compagni di liceo, un patto sciagurato siglato nel luglio 1975: versare ogni anno una somma che andrà agli ultimi sopravvissuti, finché non ne resterà uno solo. Da questa idea quasi originale — la "riffa" come macabro gioco a eliminazione che attraversa i decenni fino al 2053 — Mari costruisce un romanzo corale che segue trenta destini tra ambizioni, fallimenti, morti naturali e non, in un crescendo di crudeltà ironica che smonta l'illusione dell'immortalità giovanile. A reggere il libro è soprattutto la scrittura: barocca, colta, di quelle penne che ormai si contano sulle dita, capace di echeggiare l'intera tradizione letteraria occidentale con un lessico sopraffino e citazioni fitte, in perfetto stile gaddiano. È il vero motivo per leggere Mari, e per continuare a farlo. Il limite sta però nella tenuta complessiva: la trovata iniziale, per quanto ingegnosa, viene sviluppata con figure a tratti caricaturali e dinamiche fin troppo prevedibili nel loro ripetersi — il ritrovo, il conteggio dei superstiti, la nuova morte — tanto che la scrittura stessa, pur mantenendosi elevata, rischia a lungo andare di stancare per l'insistenza sugli stessi meccanismi. Non il Mari più riuscito, ma resta una lettura che si fa notare.
I convitati di pietra
22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell'esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare - col trascorrere dei decenni - un'autentica fortuna. Il meccanismo è semplice: la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi... Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s'infiammano un anno dopo l'altro. E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un'immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per aggirarle: scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai cosí divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina. Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l'epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia. Tra Compagni di scuola e Final Destination, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».
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Lingua:Italiano
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Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
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Ross 22 luglio 2026Vale comunque la lettura
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giorgio 19 luglio 2026i convitati di pietra
Se c'è un rischio che Michele Mari corre costantemente nella sua pur brillante carriera, è quello di rimanere intrappolato nella sua stessa torre d'avorio. Con "I convitati di pietra", questo rischio si trasforma in una fastidiosa realtà. Il libro non è solo difficile; è programmaticamente respingente, un oggetto letterario che sembra scritto appositamente per espellere il lettore non iniziato al culto feticista dell'autore. L'archeologia della memoria diventa autocompiacimento Il nucleo della scrittura di Mari è da sempre l'ossessione per il passato, l'infanzia, gli oggetti-feticcio e i fantasmi personali. Ma se in altre opere questa discesa agli inferi della memoria assumeva un respiro universale, qui si traduce in un elenco infinito di micro-ossessioni private. Il lettore si ritrova nella posizione scomoda di chi spia dal buco della serratura i deliri colti di un erudito, senza ricevere mai una chiave di lettura per partecipare emotivamente al testo. È un'autopsia del passato condotta con il freddo bisturi di una lingua arcaizzante. Una lingua che soffoca la storia Il problema principale del volume risiede proprio nella sua più grande ambizione: lo stile. Mari usa un italiano barocco, prezioso, infarcito di termini desueti e strutture sintattiche che sembrano provenire direttamente dal Seicento o dall'Ottocento più polveroso. Il risultato? La forma fagocita completamente la sostanza. Ogni frase è talmente densa e focalizzata sulla propria bellezza formale da risultare estenuante. La sensazione è quella di mangiare un dolce troppo ricco: dopo tre pagine subentra la nausea da saturazione retorica.Ci sono più cose in cielo e in terra, egr. sig. Mari, di quante ne sogni la tua filosofia." passi la vita a spaccare il capello in quattro, a catalogare vecchi vocaboli e a crearti piccoli fantasmi su misura tra le pareti della tua biblioteca... ma là fuori c'è la Vita Vera". È la celebrazione del solipsismo.
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Isaac 17 luglio 2026La presunzione
Se avesse lasciato parlare i personaggi con la loro voce anziché farne un manifesto autoreferenziale e autocelebrativo, dove la voce è esclusivamente autoriale, l’idea della cena di classe con tutti i suoi risvolti (già visti altrove) non sarebbe stata una brutta idea. Così invece, pagina dopo pagina sembra dire: guardate quanto sono bravo. E non c’è cosa peggiore che uno scrittore possa fare.
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